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Alessandra d’Ettore, la ciclista abruzzese lontana da casa

Il terremoto in Abruzzo continua, ogni giorno nuove scosse ed il numero delle vittime aumenta. Ogni giorno una nuova storia e oggi quella della ciclista abruzzese Alessandra D'Ettorre, in ritiro con la Nazionale a Treviso,lei che da casa è lontana ma vorrebbe essere li, ad aiutare, vicino ai suoi parenti e amici.

"Mi sento impotente, quasi in colpa. L'Aquila è in ginocchio, ma col tempo risorgerà". Comincia così l’intervista rilasciata da Alessandra alla Gazzetta dello Sport. Una ragazza di 30 anni, racconta dei posti nei quali è nata e vissuta, a Aquilana di Castelvecchio Calvisio, a 30-35 km da L’Aquila: "Ma con L’Aquila sempre come punto di riferimento. L’ospedale, quello vecchio, dove sono nata; le scuole, l’Itis, dove ho studiato; le amiche e gli amici; i negozi e il supermercato; la Forestale dove lavoro".

Quel giorno lei non c’era, era in ritiro con la nazionale azzurra di ciclismo, a Treviso, e a vissuto da lontano quella paura, quel terrone, quell’ansia di non saper cosa fare: "A Treviso, con la Nazionale, appena rientrata da una trasferta in Svizzera. Non riuscivo a dormire. Mi sono alzata, volevo sapere l’ora, ho guardato il cellulare, erano le 4. Ho scoperto che c’erano messaggi e chiamate senza risposta. Mi sono allarmata. Ho letto e risposto immediatamente. C’è stata una scossa tremenda, - continua la campionessa azzurra - mi ha detto Aurelio, il mio fidanzato. Siamo tutti fuori, ha aggiunto. Stiamo tutti bene, ha precisato. Pare che a L’Aquila sia caduta qualche casa, ha sospirato. Pensavo, speravo, m’illudevo che la situazione non fosse grave, non così grave. Sono tornata a letto, ma sonno zero. Alle 5 e mezzo mi sono alzata, ho ripreso il cellulare e fatto altre telefonate".

"La situazione era grave. – parla raccontando quelle ore di paura - Mio padre piangeva. In casa sembrava di essere su una pista di pattinaggio, non potevano uscire, sbattevano contro vasi e mobili, il primo pensiero era stato per i nipoti. Adesso va meglio: ci si abitua, in fretta, anche ai disagi, anche alle calamità. Famigliari e parenti si sono accampati fuori casa, nel giardino. Piumoni, materassi, camino. Siamo a 1100 metri di altitudine, e la notte fa freddo".

Una sofferenza che per lei è non poter essere con la sua famiglia, non poter essere nella città che l’ha vista nascere e crescere "Impotente, quasi in colpa. – così si sente - Mi dispiace non essere là, a dividere la sofferenza, il dolore, la perdita. Noi abbiamo subito pochi danni, ma L’Aquila è a pezzi, in ginocchio". Ma come ora è in ginocchio, l’Aquila ha un futuro: "Siamo gente forte, abbiamo la testa dura. Al di là degli aiuti di istituzioni e associazioni, gli abruzzesi sanno aiutarsi da se stessi. L’Aquila ritornerà, risorgerà. Anche se ci vorrà tanto tempo".

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