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Génial

 di Zoro

Un mezzo arresto a Pechino per molti vale oro. La disavventura da b-movie occorsami a ridosso dei 100 metri più corti di sempre è stata chirurgicamente annotata su qualche moleskine, la voce è girata come testimone di staffetta, la gente mormora soprattutto a Pechino e gruppettari di attivisti più o meno attivi e statici biondi reporter d'assalto han cominciato ad approcciarmi alla ricerca di particolari, dettagli e truculenze da raccontare ai loro sensibili e democratici pubblici.

Eric, giovane apprendista giornalista di Charleroi, praticante nei meandri del francofono Le Soir e del fiammingo De Standaard, è una via di mezzo. Biondo è biondo, il capello è lungo, l'inopportuna cravatta dal nodo lasco lo toglie dai gruppettari, il sudore lo tiene tra noi arrossandogli il gargarozzo. Tra una gara e l'altra d'atletica m'aggancia a metà mattinata ad un chiosco del Nido; mi si sincronizza con il pretesto dell'eliminazione del calcio per piede belga, poi mi indora la pillola dicendomi che secondo lui il gol del Belgio era irregolare, ma quando gli faccio capire che la partita neanche l'ho vista, timido ma deciso getta la maschera e mi chiede "come hai fatto?". Eric è a caccia di storie da riportare in patria, nella speranza che tra capi francofoni e capi fiamminghi qualcuno sia interessato ad ascoltarlo. La mia gli sembra una storia.

Ad ogni tentativo di portarmi alla bocca un biscotto accuratamente selezionato tra i tanti in vendita, Eric mi invalida il sollevamento del peso per scavarmi come goccia cinese: "come hai fatto? come hai fatto a farti arrestare?".

Spiegargli che bisogna avere grosse percentuali di lunatico destino per farsi succedere quello che è successo a me è del tutto inutile, salto nullo, regata senza vento.

Eric trova "genial" l'idea di essermi fatto scivolare dalla tasca il biglietto dei cento metri. A sentir lui sono riuscito nell'impresa di scalfire la debole ma fin qui resistente patina di integrità comportamentale e morale del popolo cinese al servizio di flora e fauna olimpiche, rivelando la vera indole di gente oppressa che nel bagarinaggio di un biglietto ambito vede la possibilità di riscatto per sé e la propria famiglia. Li ho tentati e non hanno resistito, gli ho gettato l'esca e hanno abboccato.

Non capisco se avendo poi di fatto impedito al tassinaro di fare il bagarino, Eric mi consideri un pezzo di merda pure un po' spia oppure no. Di certo per lui sono fine psicologo, sottile provocatore del regime, che m'ha preso ma m'ha rilasciato perché il regime è tonto e non capisce quando lo si denuda in pubblico o lo si prende per il culo. Eric mi guarda ammirato mentre imbarazzato annuso il biscotto ormai prossimo al lancio nella mia bocca; gesti e dettagli che per lui equivalgono in notiziabilità e fascino ad aver visto da vicino una delle 12mila calorie di Phelps.

"Genial", "fantastique", "superbe", Eric m'invidia e ammira. Lui si è confinato in un parco a tema il primo giorno, uno di quei disneyani spazi predisposti dal regime appositamente per chi abbia la fregola di dire che beh, insomma, sto Tibet, e pure sta Cina, ennamo, qualcosa si potrebbe pure fare. Lui per provare adrenalina sans frontières è andato là, dove è previsto dal Partito che non debba succedere niente. A lui non l'hanno arrestato, fuori alla prima batteria. Io sul podio più alto grazie ad uno stratagemma "genial".

"Scusa Eric", sbotto sballottando bolo, "potevi metterti una maglietta col Dalai Lama e girare intorno al Nido, lì sì che t'avrebbero preso. L'ho visto io un tedesco arrestato, tutto contento era, fallo pure te, funziona, garantito".

Eric mi guarda fisso e strizza gli occhi. Poi si mette le mani in testa appoggiandosi con i gomiti sul vassoio vuoto che ha davanti, preso solo per dissimulare agli occhi del chioschista l'inchiesta in corso. Guardandomi elettrizzato come se Bolt lo avesse portato a cavacecio per cento metri, mi regala nuovi "genial" e "fantastique". Non ci aveva pensato. "Scusa Eric, un Erics e na majetta col Dalai, non ci avevi pensato?"

"No, io sto sempre in camicia, giacca e cravatta", mi risponde perplesso; l'ipotesi riot-casual l'aveva scartata di default, per una questione di stile. Ora invece la scarta perché l'ha già fatto qualcuno, non sarebbe più una storia. Lui ci crede nel giornalismo d'inchiesta, vuole fare scoop per bene, ma non sa come si fa, non ne ha mai fatto uno, è la prima volta che supera i confini di una Liegi-Bastogne-Liegi; è un precario belga mandato al seguito degli opinionisti di punta, delle opinioni dei quali, qualora ne avessero, vorrebbe essere oggetto.

"La bandiera non mi sembrava una cosa da giornalista serio, il giornale ha un'immagine. I capi mi hanno chiesto di entrare nella notizia con stile, senza manifesti attaccati ai cancelli del Villaggio Olimpico, senza comizi, e a me non era venuto in mente niente. 'Devi entrare nel dolore di un popolo', così m'hanno detto. Come si faccia non lo so".
Il dolore di un popolo.

È a quelle parole che un rumore sordo scuote tutti i pulcini nel Nido. Com'è un rumore sordo? Un rumore sordo è un rumore forte che non senti con le orecchie ma con gli altri sensi. Lo vedi, lo tocchi, lo annusi, lo gusti ed è forte, e più sordo è, più male fa. All'improvviso corrono tutti e urlano e gridano, effetto imprevedibile di una causa a noi ignota. Perché io e Eric siamo gli unici in tutta la Cina a non aver visto la resa dell'atleta più amato dai cinesi.

Liu Xiang s'è ritirato, il Paese è in lutto, il Partito è in lutto, si scollano i cerchi olimpici, gli invalicati ostacoli dei suoi 110 sono la censura alla censura che ha preservato il sogno di chi lo voleva trionfare anche a Pechino dopo Atene, anche quando il sogno di fatto era già svanito da mesi per un infortunio censurato, appunto.

In conferenza stampa sembra esserci più gente che sugli spalti. Una fila davanti a me la Audisio prende appunti illeggibili che le rimbalzano addosso gonfiandola di melodramma da rovesciare nel pezzo del giorno dopo. Ma stanno tutti come lei (tranne uno di Radio Radicale che vedendomi si scorda di Liu Xiang e mi chiede quanto io sia stato picchiato nelle ore del mio arresto).

La storia di Liu Xiang è storia perfetta, simbolica, catartica, olimpica, de coubertiniana, da film. L'allenatore di Liu piange al microfono e biascica mandarino sfranto, domande non se ne possono fare, chi deve vigilare non si fa travolgere dalle circostanze. Nel rumoroso marasma di telecamere, macchine fotografiche e lacrime trasversali e contagiose nel loro eccesso, a capo chino mi sussurro: "E se fosse doping?"

Solo Eric mi sente e se lo fa ripetere due volte. "In che senso doping?" mi chiede tendendosi come tendine d'Achille. "In Italia spesso succede che alcuni calciatori spariscano dalla circolazione per mesi, così, all'improvviso. Sui giornali si legge di infortuni d'allenamento, ma questi infortuni non vengono mai spiegati nel dettaglio. Sono vaghi come i tempi di recupero. E poi ci sono le ricadute, continue, fastidiose e assai frequenti. Infine il dimenticatoio. Questi giocatori si danno per irrecuperabili, afflitti da mali misteriosi e cronici ai quali tifosi e stampa si rassegnano. Ecco, io ogni volta che fiuto una di queste storie, penso si tratti di casi di doping scoperti dalle società, di fiumi di cocaina che si tramutano in distorsioni o pubalgie. L'atleta viene ritirato dalle scene per un po' al fine, se possibile, di pulirlo definitivamente. Ecco, il caso di Liu Xiang che sparisce da ogni palinsesto sportivo per mesi e si presenta all'appuntamento della vita senza neanche correre, un po' mi puzza di doping. Di che doping non so, ma mi puzza".

Sussurro queste cose in un francese arrivato fuori forma all'evento, ma Eric mi tallona con gli occhi, si volta a guardare l'allenatore ancora in lacrime e a voce troppo alta esclama "doping! peut etre" Siamo in penultima fila e davanti non lo sente nessuno, neanche la Audisio. Ma lì c'è Zhu, la mia seconda guida, che parla francese e guarda Eric malamente, s'allontana di 10 file e torna con due tizi in giacca e cravatta che ci si avvicinano con passo di marcia ai limiti del regolamento. "Doping!" riesclama Eric voltandosi verso di me, "peut etre", riflette ancora a voce troppo alta fissandomi estasiato fino all'ennesimo, solitario e finale "genial" di giornata.

Eric ora è pronto, la storia c'è, i suoi capi valloni e fiamminghi saranno contenti. Eric sta per immergersi nelle torbide acque della propria notizia. Mentre i due uomini lo pagaiano fuori dalla sala stampa, i suoi occhi mi guardano brillando di paura. Entrare nel dolore di un popolo non è poi così difficile. Ma può avere conseguenze scomode.

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