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Il granchio di Oulu

 di Zoro

"Nelle palestre di Oulu c'è odore di sughero e kalakukko (pane e pesce)". Jaako mi introduce all'odorama della lotta grecoromana finlandese sbattendo sul tavolo del ristorante del suo hotel il terzo grande boccale di birra della serata; penso di aver capito bene, cork, ha detto cork, cioè sughero, non esattamente uno dei vocaboli cardine della lesson one di ogni nostrana lezione d'inglese, ma se the cat is on the table, di cosa sia fatto il table nessuno l'ha chiesto mai.
Jaako l'ho incontrato al budello della lotta libera, dove sono andato consigliato da Romagnoli che su quella disciplina ha scritto un bel pezzo per Repubblica, e siccome ho deciso che fare l'inviato a Pechino senza almeno un'intervista o qualcosa che ci somigli ha poco senso, alla fine delle gare ho avvicinato il personaggio che più di tutti m'aveva affascinato per ruolo, presenza e carisma, inconsapevolmente ma fatalmente fotografato di sguincio anche su Repubblica.

Jaako, eletto miglior arbitro ai recenti europei di Tampere, è un pregevole signore di anni 56 che sembrano dieci di meno, alto poco più di me anche se sembra molto più alto di me, capello biondo argentato, occhio turchese, ingegnere elettronico internettaro da sempre, uno degli arbitri più rispettati dagli unti ragni grecoromani che da qualche giorno s'avvinghiano per l'oro sotto il suo ginnico finnico giudizio. Gli ho chiesto un incontro per capire come si diventa arbitri di lottagrecoromana in Finlandia, quali la strada e la gavetta, i momenti di sconforto e le gratificazioni, gli obiettivi raggiunti e quelli lisciati, per porre domande che non ho mai pensato possibili. Ha accettato come se non aspettasse altro.
"Ho lasciato Irani, il paesino della Lapponia dove sono nato, all'età di 13 anni, per proseguire gli studi ad Oulu, più a sud, molto più a sud" e da come parla sembra un leghista che ha guadato il Po, ma Oulu di fatto sta molto più a Nord di qualsiasi cosa al mondo, più a sud forse solo di Irani, ma tutto è relativo a questo mondo, e Jaako lo sa.
"A Oulu ho studiato", continua Jaako, "poi mi sono laureato, sono diventato ingegnere nella "Silicon Valley del Nord", ho lavorato per il Comune, 5 anni per la Nokia e infine mi sono messo in proprio con degli amici, anche loro amanti della lotta come me; ora lavoro solo a grandi progetti, mi gestisco il tempo come voglio, così da poter continuare ad arbitrare in giro per il mondo, che è bello, come è bello arbitrare, decidere, essere giusti, far rispettare le regole, tutelare tutti. Ecco perché arbitrare è bello", e mentre lo dice si passa la mano tra i capelli, guardandomi come si guarda uno di una razza inferiore pur volendogli bene. In Italia uno così intimamente garantista lo chiamerebbero giustizialista.

Lotta grecoromana e Finlandia sono mondi lontani per me ma vicini per chi è del tappeto, se è vero come è vero che in Finlandia, per ammazzare il tempo e le notti che non finiscono mai, lottano tutti contro tutti, fight club come funghi, in piccole palestre spesso invisibili ad occhio nudo, sepolte sotto cumuli di neve che rivelano appena l'entrata, e poi giù ad afferrare e rovesciare il prossimo, ad affondare il naso sotto ascelle ostili, a fissare nell'occhio brufoli esplosivi, a rigirarsi sul collo, nella pancia di Oulu, di Turku, di Tampere, fino ad Helsinki, dove pure l'Olimpiade è passata tanti anni fa e dove una delle tante strade che si sono incrociate sulla carriera di Jaako è partita. "Alle Olimpiadi del 1952 la lotta fu forse la disciplina che diede il maggior numero di medaglie alla Finlandia e da quel giorno cominciammo tutti a lottare, più di prima, anche chi non lo faceva già, un normale automatismo nazionalista, voi giocate a pallone, noi giochiamo a pesapallo (nome bizzarro del rigoroso baseball scandinavo), a hockey e lottiamo. Nascere sotto Olimpiadi è roba che segna e influenza, non necessariamente come accade alla sensibilità dei cinesi che hanno pianificato di diventare genitori in queste ore olimpiche, ma quasi.
Il giorno in cui nacqui io, vincemmo un bronzo. Leo Honkala era piccolo, un peso mosca, di Oulu e per pura associazione di date e idee divenne l'eroe di mio padre. Praticamente venni al mondo mentre lui saliva sul podio". Bevo birra, in silenzio. Jaako continua guardando oltre.

"Da quel giorno mio padre seguì Honkala in ogni gara, in ogni cantina spolverata con la pancia, fino al giorno in cui ebbe onere e onore di accompagnarmi nella palestra in cui l'ormai ex campione allevava giovani promesse. In realtà Honkala da quel giorno lo vidi poco o niente" sottolinea Jaako quasi a voler allontanare il peso scomodo di quell'icona, "allenava in quella palestra come tanti altri, ma sapermi lì vicino a lui tranquillizzò mio padre al punto che se ne andò di casa lasciando mia madre per una svedese di Uppsala. Ma io m'appassionai comunque alla lotta, alla disciplina, al rigore, al rispetto per l'avversario e feci un po' di carriera grazie alla mossa del granchio. Vinsi tanto, mi ruppi un legamento, smisi, arbitrai ed eccomi qua".
Crab dice Jaako, e me lo faccio ripetere. Che è la mossa del granchio?
"E' una cosa che facevo solo io, agli altri non sembrava ortodossa ma io ero un tipo fantasioso e se la fantasia ti fa pure vincere, tanto meglio. Guardavo gli avversari negli occhi, li afferravo con le mani portando tutto il peso sulle nostre spalle, poi all'improvviso cedevo nella parte superiore e con le gambe m'avvinghiavo alla loro vita, come un granchio che apre le chele e ti imprigiona, e tu non puoi più fare niente".

A quel punto Jaako non resiste.
Ha 56 anni ma è molto più in forma di me, ha un legamento che sventola ma l'alcol gli fa da stampella, ha molta birra in corpo, che è pur sempre un corpo di ex lottatore finlandese.
E così mi fa alzare, nella hall dell'albergo, davanti a lui e al cameriere cinese. Jaako mi mette le braccia sulle spalle, poi all'improvviso mi si butta a cavalcioni, sento i suoi piedi sulla schiena e dopo un istante sbatto la nuca sulla moquette. Sono per terra, non capisco un cazzo, sono tra le gambe di Jaako, con il suo culo in faccia. Gambe che non si muovono, pesanti, ferme, quasi rigide.
Quando l'immagine sopra di me si fa più nitida, sopra di noi ci sono gli occhi comprensivi del cameriere cinese che mi dice di non preoccuparmi. M'aiuta a liberarmi, chiama suoi colleghi e in 3 portano Jaako in stanza mentre a fatica riprende conoscenza. "Succede così tutte le sere", mi dice il cameriere di ritorno dalla stanza di Jaako. "Si ubriaca, racconta la sua vita a qualcuno, fa la mossa del granchio e sviene, o quasi".
Jaako non si rassegna all'età che avanza. Come Honkala, il bronzo di Oulu, che a 73 anni s'è dopato perché voleva ancora gareggiare nella categoria over 70. E' stato scoperto e squalificato. L'ho saputo cercando quel nome finlandese (nel link precedente diventato svedese, ma tutto il giornalismo può essere paese) su Internet (il wikipedia finlandese toglie ogni dubbio).
Jaako non me ne aveva parlato.
Anche in Finlandia il tempo mette al tappeto.

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