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Il re della mazza

 di Zoro

"A questi mica li chiudono però, a noi ce chiudeno, a questi no, dimme te se te pare giusto". Su uno dei divanetti più periferici di Casa Italia mangio rustici mentre intorno è festa. Xian, Zu e gli altri volontari di casa a Casa Italia fanno i gregari a destra e manca per assecondare i voleri di assessori in trasferta e sponsor in spolvero, ogni giorno più fieri dei loro investimenti grazie all'improvviso acquazzone di medaglie che sta bagnando il nostro sport.
A pochi metri dal mio divano si omaggia la Caneiro, baciata da gente in coda come per baciare la sposa, sparatrice lesta e di sostanza, che con una mano addenta orecchiette offerte dalla Puglia e con l'altra addenta la medaglia a beneficio di fotografi senza fantasia.
"E' un'Olimpiade der cazzo questa, è inutile che se la tirano e se fanno le foto, se stanno a piglià per il culo da soli. E a noi ce chiudeno, a questi no". L'uomo al mio fianco con maglietta e cappelletto del Venezuela incalza in romanesco sghembo, cercando una sponda che dopo il primo sparo andato a vuoto decido di offrirgli con un "beh, sì, insomma, fallimentare mo me pare esagerato".

Giancarlo da Nettuno, anni 48, abbronzato con lieve panzetta evidenziata dall'aderente maglietta di cui sopra mi si fa più vicino appoggiando il Prosecco sul bracciolo del divano. Ci presentiamo e per me è sempre dura; sento di avere meno identità del Pd e ogni volta bofonchio un "giornalista ma non proprio, roba di web, blog, video... scrivo, ecco, sto qui per scrivere", ma lui s'inserisce sul finale del mio biglietto da visita con un "sono tra gli allenatori in seconda della nazionale di softball del Venezuela. Sono pure accompagnatore. Cioè, sono più accompagnatore che allenatore, comunque faccio parte dello staff", e vince per ko.
A occhio e orecchio Giancarlo pare un cazzaro, ma pur prendendo in considerazione l'ipotesi la sua storia comincia ad intrigarmi più della Caneiro che sulle note de La vie en rose di Grace Jones balla rigida a centro Casa tra le braccia del professor Del Monte.
Giancarlo non ha bisogno di domande, una volta lasciato il blocco di partenza non resta che aspettarlo al traguardo del racconto.

"Ste Olimpiadi per noi so un fallimento, è inutile che fanno tutta sta caciara questi. Tiè, guarda Del Monte, poraccio, me fa pena; per non parlà dei giornalisti, la maggior parte dei quali nce capisce ncazzo e sta qua solo pe rimorchià e magnà. E' tutta na gran tristezza". Per inerzia annuisco alle sue osservazioni, ma viro sul tecnico facendo presente che nel medagliere siamo altissimi.
"Ma quando mai. Ma hai visto che amo vinto? Ma che so sport quelli? Er tiro ar piccione, er tiro a schioppo, er tiro coll'arco, e freccette, ma che so sport quelli? Ma l'hai visti quelli che hanno vinto? Ma te sembrano atleti? Co la panza, le gambe storte e i piedi a papera. No dimme tu se quelli so sport. Allora mettemo pure er tiro alla fune, poker, rubamazzo, salto nel cerchio de foco, domino. Daje, mettemo domino, magari piamo medaglie pure là".
L'idea del domino come specialità olimpica non è male, le argomentazioni hanno un loro scorretto senso, ma penso alla Pellegrini, alla Quintavalle, alla Vezzali e vado alla carica. A quel punto Giancarlo sbotta: "ma quelle so donne! ma che te pare sport quello? so donne, o sanno tutti che lo sport femminile non è sport vero, è roba pe trovà una un po' più bona da mette in copertina, ma i valori so bassi, il livello tecnico è basso, esistono solo per dire vabbè, giocate pure voi, ma lo sanno loro pe prime che lo sport vero è quello maschile. E là non abbiamo vinto praticamente gnente. E mo che ariva l'atletica er medajere poi pure smette de guardallo. E questi ballano e magnano e ce raccontano che semo forti. E a noi che chiudeno".

L'impostazione maschilista di Giancarlo non l'avevo ancora presa in considerazione, ma come l'ascolto penso che siano in parecchi a ragionare così, magari anche tra quelli che stanno ancora lì in fila a baciare la Caneiro. "Scusa Giancarlo, ma te allora? Fai l'allenatore di uno sport femminile che non conta un cazzo e infatti lo chiudono, come dici te (questa è l'ultima Olimpiade per il softball). Non razzoli come predichi".
Giancarlo finisce il Prosecco, mi si mette di tre quarti e mi guarda come si guarda uno che parla male e che a quello che mi sta per raccontare ci arriverà tra 10 anni per rimanere a bocca aperta anche tra 10 anni.
"Ma io so consapevole. Anzi, l'ho fatta apposta sta scelta di vita, pe divertimme senza stress. La carriera mia a Nettuno l'ho fatta col baseball, che è no sport vero, di squadra, di uomini e ci ho girato il mondo. Poi ho aperto un negozio di vestiti da donna in centro con mio fratello e le cose vanno pure bene, potrebbero andare meglio ma non mi lamento. Ma io troppo tempo fermo non ce riesco a sta e le Olimpiadi me le volevo fa da un pezzo. Così ho pensato de riciclamme nel baseball delle femmine, che è più facile, de damme un tono e di propormi ad un paese un po' scarso, ma qualificato. Ho mandato il mio cv al consolato der Venezuela dove lavora namico mio che m'aveva messo sta pulce nell'orecchio l'estate scorsa; m'hanno chiamato, so andato st'inverno, m'hanno fatto fare delle prove, mi sono messo a disposizione, me pagano e da quel giorno la mia vita è cambiata, ma mica poco. Carcola che là le giocatrici di softball so diventate eroine nazionali; so la prima squadra femminile del Venezuela a partecipare alle Olimpiadi. Pensa che siamo stati ad allenarci pure in America. E alla cerimonia d'apertura janno fatto portà la bandiera, alla Cirimele, che c'ha 41 anni, e pure alle altre".

Penso a Chavez che si fa allenare le donne eroine da un italiano e continuo a pensare che Giancarlo sia un cazzaro, ma lui spara meglio della Caneiro e incepparlo è impossibile.
"In Venezuela se non vai a fare quello "so tutto io", ma ti metti a disposizione umilmente diventi er mejo amico loro. E a quel punto cominci a scopare e non ti fermi più".
Il Prosecco mi si ripropone all'improvviso. "In che senso?" faccio io come se quanto appena sentito avesse un senso diverso da quello inteso.
Giancarlo ride, rutta e va avanti, padrone del divano.
"Nel senso che scopi quando ti pare con chi ti pare o quasi. Giocatrici, giornaliste, ragazze dell'amministrazione, gente della federazione. Sarà che so italiano, sarà che so simpatico, sarà che praticamente so andato là e so venuto qua quasi solo pe scopà, ma è così. E mo al Villaggio me do da fa con un paio di danesi alle quali dei Giochi non je ne po fregà de meno. Qua al Villaggio è pieno de mignotte, e l'italiano va sempre forte, è simpatico, c'ha na fama. Ce fosse un medagliere delle scopate, là sì che avrebbe senso festeggià, là sì che saremmo primi".

Innervosito, cerco di pungerlo sulla professionalità. "E senti mpo, com'è andata st'Olimpiade per voi?"
"Benissimo", mi risponde. "Alla prima partita giocavamo contro l'americane, le favorite, le campionesse in carica di tutti i tempi. In Venezuela c'era molta attesa e paura per questa partita, la prima della prima partecipazione della nazionale di softball alle Olimpiadi, contro er nemico poi, poi immagginà. E' venuta pure la ministra dello sport a vedere l'incontro. Abbiamo perso solo 11-0, un trionfo".
Scoprirò solo più tardi che quello fatto registrare dalle americane contro le ragazze di Giancarlo è stato il record di punti messo a segno in un Olimpiade, ma in quel momento sono pronto a tutto.
"Poi abbiamo perso 7-1 con la Cina, ma quello pure se sapeva e con Taipei se la semo giocata. Abbiamo perso solo 3-0. L'obiettivo del resto era fare almeno un punto e con la Cina ci siamo riusciti. Ma ci sono ancora tante partite, stiamo ingranando, possiamo solo migliorare".
E' in quel mentre che ancheggiando sulla voce di Giusy Ferreri ci raggiunge Federica, la hostess veneta rifondarola, che nel vederci insieme s'accende e mi fa: "conosci Juan Carlos?"
"Juan Carlos?" faccio io pensando all'ennesimo piattello di cazzate sparato dal mio vicino. Giancarlo ride, non fa una piega, asseconda Federica che canta "Non ti scordar mai di me", mi strizza l'occhio e alzandosi a ritmo mi spiega: "ormai mi chiamano tutti così, a Caracas, a Nettuno, e pure qui. E' na specie de nome d'arte. Sono o non sono il re della mazza?".

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