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Inviato ombra

 di Zoro

È vero, confermo, a Pechino il sole non si vede, si cammina avvolti da una nebulosa di zucchero filato ma tutti sorridono e ti guardano come a dire "mbè, se volevi il sole potevi restartene a Cupra Marittima, qui si corre, si salta e si respira il fiatone del prossimo, di qualsiasi cosa sia fatto, prendere o lasciare". In compenso non si vedono neanche le nuvole, quindi il meteo è tutto fuorché variabile. Se quello che ci avvolge è smog, allora lo smog non puzza di smog ma di aglio e sudore. In compenso il traffico è subibile, soprattutto se non devi guidare tu e un autista ti porta anche a pisciare, come capita ai giornalisti e agli atleti e a quelli come me che giornalisti e atleti non sono ma di riffa o di raffa qui si muovono come tali, imbucati, figuranti e superflui di ogni razza e religione.

Xian ha 22 anni, parla 5 lingue tra cui un italiano essenziale imparato lavorando nell'ombra di un'industria di rubinetti umbra (o di piastrelle veneta, non ho capito bene, ogni tanto i suoi racconti s'incrociano) venuta ad ampliare qui i propri organici (questo concetto è stato molto più chiaro). Da tre mesi Xian e altri 10 ragazzi con cv simili al suo sono a disposizione di tutti gli Italiani di buona volontà che cercheranno di raccontare Pechino, Cina, Cinesi e se capita pure le Olimpiadi. Io sono in scia, defilato, ma considerato. Sono arrivato in ritardo su quasi tutto, trafelato nel Nido in contemporanea con la sfilata della rappresentativa uzbeka, senza avere negli occhi le decine di migliaia di figuranti che fin lì avevano detto al mondo "guardate che ci siamo inventati tutto noi, la pasta, la stampa, internet, lo sport, il sesso, da oggi rimettiamo le cose al posto loro e voi batteteci le mani, o saranno cazzi vostri".

Un caldo Ming scioglieva il trucco di principesse e battimani, le mie ascelle pezzate poco s'addicevano alla regale presenza dell'Infanta di Spagna messa a sventagliarsi solo 10 file sotto di me. Frattini l'ho cercato in ogni dove, invano. Forse non è venuto, probabilmente ha sbagliato strada, che a Pechino succede, soprattutto se non ti scarrozza Xian ma qualche dipendente del Ministero degli Esteri italiano.

Ad un certo punto ho visto Putin che faceva ciao ciao con la mano alle telecamere. L'ho visto piccolo piccolo sotto di me, grande grande nei maxischermi, contento sia da piccolo che da grande. Aveva appena ordinato di bombardare la Georgia, ma dalla faccia non si sarebbe detto.

Prima di scrivere queste prime righe da autoinviato nei 5 cerchi ho mangiato zampe di pollo con patate, in un ristorante senza molta personalità, nel quale mi sono imbucato solo dopo che Xian mi ha lasciato nella mia casa cinese. Sparito Xian, sono riuscito subito, ho voluto sperimentare, Pechino di notte, da solo o quasi (mi sono accodato ad una comitiva di giornalisti olandesi alla ricerca di salse indiane), ma sono tornato subito in questa camera, che è una mezza pensione trovatami da amici degli amici degli amici di qualche sponsor, spesa accessibile rispetto alle aspettative, una cosa che forse esiste solo da due settimane, tutta pulita, troppo pulita, non lo saprò mai.

Comunque qui gli involtini primavera non ci sono, o almeno, non li ho ancora trovati.

Di involtini primavera potrei ingozzarmi fino a star male, a Roma, ma qui in tanti qui si sentono male al primo boccone di pollo. Credo sia solo suggestione. Le mie zampe di pollo con patate erano buone. Che fossero zampe di pollo l'ho letto sul menu, scritto in 4 lingue. Ora che ci penso non sapevano di pollo, sembrava manzo piuttosto. Ma gli Italiani a Pechino enogastronomicamente mi sembrano tranquilli. C'è Casa Italia. Lì si mangerà italiano, o cinese italiano, alghe fritte con il parmigiano, rischi zero. Di andare a vedere le gare dal vivo non c'è fretta, forse neanche voglia. Ci sono tanti televisori, in Cina, a Casa Italia.

Le gare si guardano lì, con un wanton e una mozzarella in mano, poi si scrivono le emozioni dello stadio.

Nessuno saprà mai la verità.

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