Excite

Meglio così

 di Zoro

"Vai, tlanquillo, non pensale, non splecale, onola la sua anima".
Xian mi carica con ordini gentili e perentori, come un coach con il suo pugile ad un passo dalla medaglia. Avesse in mano un asciugamano me lo sventolerebbe in faccia, ma impugna bacchette, con le quali accompagna le parole. Una ventola ci gira lentamente sulla testa accarezzando nugoli di moscerini a mandorla, i più stanchi dei quali, ritmicamente, ci cascano nei bicchieri. Ma va tutto bene qui dove le Olimpiadi sono piccole e afone su piccole tv che gracchiano, alla periferia della periferia di Pechino, dove le luci sfocano fioche, dove l'aria si tocca e si scalda e il respiro s'affanna per tutti, moscerini, uomini e cani.

Xian non suda, neanche ora che sta infrangendo una legge procurando clienti occidentali all'attività enogastronomica della bettola dove mi ha portato. Il locale è vuoto, oltre a noi non c'è nessuno, tranne il padrone e un cameriere minorenne dall'età più indefinibile di quella di una ginnasta locale. Non c'è bisogno di ordinare, tutto sembra pronto da tempo. Il cerimoniale non è da podio, ma bastano dieci minuti d'attesa a scaldare la tavola.
Il piccolo ginnasta porta vassoi, perfetto volontario olimpico, marziale nell'offerta del servizio; si ferma di fianco al tavolo, si gira, alza il coperchio e svela 4 ciotole piene di pallette di diversa grandezza, alcune laccate di fresco, tutte aromatizzate senza sconti, affrescate con foglie di insalata, salse dall'odore mutevole, riso.

"Sei fortunato", dice Xian, "qusta è roba pregiata, d'allevamento, che fa bene alla salute, alla circolazione del sangue, roba nostra, non San Bernardo importati dalla Svizzera, né razze mongole, che pure ogni tanto incrociamo". Xian è sorprendentemente sinocinonazionalista. Maneggia bacchette come Karajan, afferra e s'ingozza. Le mani mi sudano, le bacchette si appiccicano alle dita.
Alcune delle pallette che ho davanti sono stirate intorno a un ferro, vere e proprie salsicce di carne, che abbaiava. "Questi sì che sono hot dog, nel vero senso della parola", mi dice Xian sorridendo col riso in bocca, un sorriso, col riso, come je viè da ride, ma non c'è niente da ridere. Quella degli hot dog dev'essere una battuta provata e riprovata, ogni paese ha il suo bagaglino tecnico di spirito a buon mercato. Un'altra ciotola accatasta zampe e cosce, ma me lo dice Xian, altrimenti non lo capirei, bisognerebbe rimestarci dentro, smuovere sughi e zuppe alzando ulteriormente la temperatura. Ma ormai sono lì, nelle sue mani, deludere chi non mi ha voluto deludere portandomi ai confini del mondo sarebbe cafonaggine da record. Domani finiranno le Olimpiadi e non ci vedremo più, ma oggi siamo i nostri migliori amici, e quelle ciotole di miglior amico dell'uomo sono lì a sancire il momento, lo spirito, la magia, la paura.

Xian mi ha caricato a Casa Italia, guidando ha parlato dell'idea di una casa in Italia, che vorrebbe visitare un giorno. Italia-Cina è viaggio lungo anche solo mentalmente, ma anche quello in macchina non è stato uno scherzo, condizionato dall'aria di fine vacanza, di fine Olimpiade, di baci e abbracci che rattristano tutti, i cinesi più di noi, molto più di noi. "Ci saranno altre persone con noi", mi dice fermo ad un incrocio Xian dopo un'ora di viaggio. E lo dice serio, grattando la marcia, ma sono troppo preso dalla prospettiva di un cane nel piatto per correlare frasi e nervi altrui.
Ora, nel silenzio della bettola, struscio di ciabatte, colpi di bastone. Xian si alza in piedi e mi dimentica. Davanti a noi, all'ingresso, un vecchio s'affaccia zoppicando. Il vecchio sembra un grande vecchio, in Cina sono pieni di campioni di memoria e la memoria qui è più pericolosa che altrove, culturalmente rivoluzionaria. Zoppìa a parte il vecchio è in forma, ha più capelli di me, una camicia bianca a maniche corte, tre denti. I suoi occhi non si vedono, ma vedono bene, mi controllano, mi studiano, mi appiccicano alla sedia. Sembro un moscerino schiantato nel bicchiere.
Xian, per tranquillizzarmi, trema. Quella che sta per fare è la traduzione più importante della sua vita, che da questa traduzione sta per cominciare a dipendere.
"Lui si chiama Liu Micfeng, ha 85 anni, è stato uno dei più stretti collaboratori di Hua Guofeng, il successore di Mao", mi dice Xian facendo le presentazioni. Liu è stato uomo del Partito, del Regime. Ora è un ex, informato dei fatti.

Hua Guofeng, l'uomo che nel 1976 successe a Mao, è morto la settimana scorsa, il 20 agosto, di vecchiaia, durante le Olimpiadi. Di più non si è saputo e qui nessuno ha detto niente, non un tributo, non un saluto ufficiale, non un ringraziamento. Rimosso Mao, rimosso tutto.
"Liu è deluso, avvilito, arrabbiato per questo. Tutti noi siamo molto arrabbiati". "Siamo arrabbiati", dice Xian recuperando le r perdute nelle due settimane in cui ci siamo frequentati, ma è ancora troppo presto affinché la mia lingua raccolga impulsi dal cervello e faccia domande. "Le r le ho tutte al posto giusto, ma a voi occidentali piacciono i cinesi con le l, come quelli dei fumetti e delle barzellette. Ci siamo adeguati per farvi contenti". Ammirato registro l'informazione mentre il vecchio emette suoni a voce alta, poi si ferma. Xian respira e si schiarisce la gola. Molleggiato sulle ginocchia anche da seduto, rimbalzo lo sguardo dall'uno all'altro come spettatore di ping pong.

"Tu ci hai creduto?", mi chiede Xian traducendomi i primi suoni del Vecchio. "A cosa?", faccio io recuperando la parola.
"Alle Olimpiadi, ci hai creduto?", incalza premuroso Xian. "Beh, sì" rispondo col cane quasi in gola.
"Ti sei divertito?", insiste Xian. "Sì, mi sono divertito", rispondo di riflesso come compagno di scuola dopo la festa.
"Meglio così" sospira Xian girandosi verso l'ex militare.
Il Vecchio mi fissa, senza parlare indica le ciotole e mi fa cenno di mangiare.
Eseguo.
E' carne in fondo, come tanta che ne mangio tutti i giorni. Che sa di altra carne già mangiata. Mando giù senza pensare.
L'uomo chiude gli occhi e comincia a parlare, guardandosi dentro, pensando ad un tempo che non c'è più e a quello ce c'è già.

"Questa non è più la Cina. Questa è la loro Cina, la vostra Cina. E quel che è grave è che così l'hanno fatta i cinesi. Quando Mao nuotava nel fiume, eravamo noi a nuotare con lui, era la Cina che nuotava con lui, stavamo a galla da soli, perché quello ci serviva e quello ci bastava. Ma poi qualcuno ha voluto di più, Deng ha voluto di più, e anche gli altri, fino a Hu Jintao, alle Olimpiadi e alla consacrazione di potere politico ed economico attraverso il dominio sportivo. Ma stiamo svuotando il fiume, tra poco non ci sarà più acqua per nuotare". Sono di fronte ad un pentito maoista, anzi huaista, che ha frequentato le stanze del potere fino a pochi anni fa, defilato, informato, fidato.

"Hu Jintao voleva i Giochi e il CIO si fece corrompere facilmente. La concorrenza quasi non c'era, i Giochi a Pechino facevano comodo a tutti, a noi come a quelli che cercavano un pretesto finalmente politicamente corretto per venire a fare affari da noi.
Ma aver avuto le Olimpiadi non bastava a Hu Jintao, e non bastava neanche agli sponsor americani ed europei che avrebbero riversato fiumi di soldi nella promozione dei loro marchi in Cina. No, volevano di più, svuotavano il fiume, giorno dopo giorno.
Pechino 2008 doveva essere l'Olimpiade finale, definitiva, irripetibile. Dopo non ci sarebbe dovuto essere nient'altro di simile. E per rendere unico un evento del genere dovevano verificarsi due condizioni: Cina padrona del medagliere e il numero più alto possibile di record del mondo. Così è stato". Silenzio.

La ventola ronza, i moscerini cadono e affogano nelle zuppe. Punteggio alto per loro, bello stile. Un rutto dalla cucina, ma nessuno ride, nessuno dice niente. Can che abbaia non morde, penso guardando le ciotole davanti a me, ma Liu va avanti.
"Ti sei chiesto come mai nel nuoto siano stati fatti tutti quei record del mondo?". No, non me lo sono chiesto, o meglio, magari sì, ma non mi sono dato risposte diverse dall'ammirazione del fenomenale quando questo si appalesa.

"La piscina del Water Cube è più corta di un centimetro. Così è stato deciso da Hu Jintao in persona, insieme agli sponsor. Lo sanno tutti, non lo dice nessuno".
Rido, ma Xian mi scalcia sotto il tavolo, taekwondo da trattoria, lo sto deludendo. Non rido più, il Vecchio va avanti.
"Una pellicola di resina riveste i bordi della piscina, invisibile ad occhio nudo. Quando la temperatura dell'acqua si alza, anche di poco, quella resina si espande e la piscina, di un centimetro, si accorcia. Le autorità hanno detto di averla realizzata con materiali ecologici e tecnologie eco-compatibili, ma quali fossero materiali e tecnologie e soprattutto che proprietà avessero non l'hanno detto. Te ne dico una, la più importante. All'esterno hanno messo pannelli solari che restituiscono parte dell'energia solare che si accumula nel Cubo, riscaldando di conseguenza l'acqua delle vasche. E il gioco è stato fatto, davanti a tutto il mondo, che applaudiva Phelps e i suoi record, che sembravano facili, e facili erano. Senza contare che lo hanno fatto vincere anche quando ha perso".

Sono abbandonato sullo schienale della sedia, con le bacchette sulle gambe, unto. Ma Liu ha appena cominciato. "E Bolt? Ci hai creduto a Bolt?" No, Bolt non me lo toccare vecchiaccio di merda, lui no, Phelps è repubblicano e mi sta sul cazzo, ma Bolt no, si sente Bob Marley, fa ridere, è forte, è Bolt cazzo, Usain Bolt.
"Gli americani erano consapevoli di essere inferiori a noi, e di dover perdere nel medagliere, ma un oro nell'atletica ne vale mediaticamente 20 in altri sport e per la Cina anche il solo rischio che ciò avvenisse andava cancellato. Gli USA non dovevano vincere, neanche provarci e gli sponsor sono stati d'accordo. Da qui Bolt e la Giamaica". Sono lento, non colgo nessi, cause, effetti. Xian traduce la traduzione.
"Gli Americani si sentirono scoperti, erano disposti a perdere sul medagliere, ma nell'atletica no, non ancora. Ci furono trattative, si sfiorò la crisi internazionale più volte, poi gli USA chiesero un compromesso: avrebbero perso tutto quello che più rendeva, ma solo cedendo lo scettro a qualcosa di mai visto prima sulla terra. Bisognava creare un fenomeno, sportivo, commerciale e di costume. Ed ecco Bolt e la Giamaica. E pure voi Italiani avete partecipato all'operazione".

"Noi Italiani?" rispondo io sentendomi sporco dentro all'improvviso, come fossi stato il il primo a rovinare l'immagine dei miei nuovi e vecchi idoli giamaicani. "Sì, voi. La pista d'atletica l'avete fatta voi, commissionata da noi. E siete stati bravi. E' la più veloce di sempre, molleggiata, fa rimbalzare chi ci corre sopra. Doveva essere così e l'avete fatta così, battendo la concorrenza di aziende cinesi, ma ne è valsa la pena".
Vabbè, ma che c'entra la pista con Bolt? per quanto rimbalzasse, nessuno è rimbalzato come lui, obietto cascando sul tartan della dietrologia.

"Hai mai sentito parlare dello yam?", mi chiede Liu per bocca di Xian. Sì, ne ho sentito parlare dello yam, è l'igname, la patata dolce che ogni giamaicano s'è mordicchiato davanti a tutti per due settimane di seguito e l'ho pure assaggiato. Ma che facesse correre più forte è una diceria da giornalisti privi di spunti, cazzata palese, suggestione da invidiosi. E invece no.
Le parole di Liu digeriscono yam e volano veloci. "Il potere dello yam lo abbiamo scoperto tardi, troppo tardi per far sì che gli effetti sui nostri atleti arrivassero puntuali con le Olimpiadi. Un'equipe di medici cinesi ha lavorato per anni intorno a questa patata, arrivando due anni fa ad isolare una proteina fin lì sconosciuta, con effetti pari a quelli della cocaina. E' quella proteina che allevia la fatica, eccita, ti fa fare prestazioni straordinarie e neanche te ne rendi conto. A noi cinesi quella proteina non sarebbe servita più di tanto, non nell'atletica almeno ed è stato così che si è scelto di lavorare sulla Giamaica, già competitiva con gli americani. Bisognava solo dargli una spinta a quei ragazzi. Lo yam è doping naturale al quale gli americani, che pure ne erano provvisti, hanno rinunciato per mangiare prodotti di sponsor che li volevano vincenti, di fatto indebolendoli. I giamaicani invece hanno continuato a mangiarne, come hanno sempre fatto, ma molto più del solito. Riforniti da noi, per due anni di seguito hanno mangiato la nostra patata, uno yam modificato con dosi triple della proteina magica. Così si sono migliorati mostruosamente e hanno vinto tutto quello che serviva, inconsapevolmente, facendo record su record, come previsto. Quella proteina ora la chiamiamo boltolina, e l'origine del nome la capisci da solo. I valori di quei ragazzi ora sono completamente sballati, ma il doping a queste Olimpiadi non doveva esserci e non c'è stato, se non quando hanno deciso di sbandierarlo a caso addosso a gente irrilevante, esemplarmente punita.
Quando hanno detto di aver scoperto quattro cavalli dopati la messa in scena ha toccato l'apice".

E lì ride, Liu. Per la prima volta. Poi torna cupo.
"Anche a Liu Xiang abbiamo dato yam modificato, e non solo a dire il vero, ma quello s'è accartocciato su se stesso al primo ostacolo, ha avuto paura, s'è rotto. Avevi ragione tu, era doping il suo, e infortunio. Ma è per l'infortunio che non ha corso, non per il doping, che avremmo nascosto come l'abbiamo nascosto per altri. Ci ha deluso Liu, ma gli sponsor sono stati bravi a cambiarne al volo l'immagine, come sanno tutti".
"E gli altri sport?" chiedo ormai depresso ma elettrizzato da informazioni troppo grandi per essere gestibili. Liu pare Manuel Fantoni da vecchio, ma è molto più brutto e molto più serio di Manuel Fantoni e questo non è un film.

"Niente è stato lasciato al caso. In ogni disciplina c'è stato un accordo, un compromesso, un trucco. Arbitri, medici, allenatori, atleti, volontari, giornalisti, televisioni, sponsor. Ognuno ha fatto la sua parte in commedia. Oggi la Cina è ricca e potente, più di prima, meno di domani. Ma non è la Cina, non è più la mia Cina. Il fiume ormai è vuoto. Hua sapeva tutto, aveva assistito al disfacimento, alla corruzione, ma non poteva fare più niente. Nel momento in cui è morto, ho deciso di parlare. L'avrebbe fatto lui, ma non c'è stato il tempo. E morire durante le Olimpiadi può essere una scelta".
E' troppo. Reagisco.
"Ma perché a me? Io non conto niente, non sono nessuno, non mi crederà nessuno, fatica sprecata", urlo in faccia a Xian.

La mia guida maoista huaista beve, mi prende le mani, me le stringe e poi le lascia.
"Abbiamo scelto te perché sei stato l'unico giornalista presente che non c'era. E poi non sei neanche giornalista. Non ti crederà nessuno, appunto, il Partito andrà avanti e si salverà, ma noi saremo a posto con la coscienza. Però tu lo scriverai, qualcuno ti leggerà, il dubbio girerà, e goccia dopo goccia, il fiume, forse, un giorno tornerà a riempirsi d'acqua".
Deglutisco saliva e residui di salsa. Poi l'ultima traduzione.
"Chiede Liu se ti piaceva il cane che hai mangiato".
Già, il cane.
Non ci penso più da un po'. E comunque sì, mi è piaciuto, non faccio fatica ad ammetterlo, a molti miei amici italiani farò schifo ma è così.

A quel punto Xian non resiste più ed esplode: "Era porco, non cane! Maiale, capito??? Maialeeeeee!!!".
E ride, ride come un pazzo Xian, e anche il vecchio alle sue spalle ride tremando, la pelle flaccida, i tre denti in troppa mostra. Non so se menargli o abbozzare, nel dubbio abbozzo e rido anch'io.
"Se mi beccano a farti mangiare cane passiamo guai, ti pare che rischio così tanto per così poco? E questo è mio nonno, al quale ho parlato tanto di te questi giorni. Ti voleva conoscere e raccontare una storia diversa". Mi hanno preso per il culo. Xian e il nonno mi hanno preso per il culo.
M'hanno portato al centro della storia, sollevato da terra e scaraventato giù all'improvviso.
Però ci ho creduto, e mi è piaciuto.
Ho provato il brivido.
Mi sono divertito.
Meglio così.

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