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Padre Powell e altre storie

 di Zoro

Piove che Mao la manda, ma il risciò must go on e se è zuppo e pan bagnato, meglio ancor. Da qui in avanti raccolgo l'appello di Anti-Severgnini che nei commenti scrive: "esco dal recinto pacatamente democratico per chiedere un livello inferiore di arzigogoli dialettico-linguistici e più fattacci di contorno (meglio se inutili) nudi e crudi. Più Hemingway, meno Jerome. Più tiri in porta e meno melina".

Anti-Severgnini ha tanta di quella ragione da vendere che nel grande mercato dei falsi cinesi andrebbe a ruba, ma le frequentazioni qui sono quelle che sono, chi va col Severgnini sa quello che trova ma non quello che c'era e chi va con l'Audisio ha buone possibilità di conoscere Paco Pena (non trovo la n spagnola, leggete Pegna, venitemi incontro). Pertanto mi divincolo dalla presa e velocizzo la manovra a favore di ciò che in questi ultimi giorni ho omesso (che è molto) privilegiando altre storie, sempre e comunque più grandi di me.

Scrive l'Audisio (che anch'io chiamo Manu come tutti, come anche Usain Bolt che quando la incrocia chiude gli occhi e dice forte Maaaa-nuuuuuu, e Manu s'inchina. Na scena tanto patetica, quanto foriera di rosicate manifeste e transnazionali): "Il gigante nero giamaicano si pappa tutto. E' vorace, non scherza. Toglie il freno a mano, mette la sesta e chi lo vede più. Ingoia, mastica, digerisce. la sua è un'abbuffata. Niente pollo fritto stavolta, solo noccioline. Mangia i metri, la curva, il traguardo. Doppio fulmine: scarica sui 100, incenerisce i 200. Frantuma il mondo, e si prende il pezzo più grosso. Giù le mani, è roba mia, a voi solo i resti. Era volato sulla Luna, è atterrato su Marte".

Ora, a parte il fatto che non si capisce per quale motivo in questa pantagruelica rappresentazione Manu abbia omesso la fase di scarico (confidano gli amici del suo staff che Bolt faccia cacate da record; Manu, data l'intimità col personaggio e la passione per le statistiche, conosce di certo l'entità delle performance e non avervi alluso è stata stitica censura), tocca a me scrivere quello che tutti hanno pensato.

Bolt è stanco, si vede a occhio nudo, non è più quello di una volta. Scriverlo fa male a chi, come me, ha fatto il tifo per lui fin dal giorno dell'oro sui 100 metri, ma il tempo passa per tutti, più veloce di tutti.
Mercoledì eravamo lì, ad aspettarlo smargiasso, insolente, a braccia larghe e mani libere, nella speranza che a 30 metri dal traguardo si voltasse indietro a prendere per il culo gli americani. E invece niente. Bolt ha corso per fare il record (cosa che gli è riuscita, ma vabbè, sei Bolt, se non fai il record ad ogni corsa te ne poi pure sta a casa), non si è mai voltato, non si è mai scomposto, ha digrignato i denti sul traguardo, ha buttato il petto sul cronometro, come tutti.
Ha pure sudato.

Se non sono questi i segni dell'evidente declino di Usain, ditemi voi quali dovrebbero essere. E' crisi, emergenza Bolt, e prima o poi qualcuno lo dirà.
Comincio io.

Sentire noti giornalisti Rai disquisire di reggae con i loro colleghi stranieri fa uno strano effetto.
Sentire gli stessi giornalisti Rai chiedere ad una hostess "ah, ma Bob Marley è morto?" fa un effetto peggiore.

Le gare di canoa a vederle dal vivo sono abbastanza pallose perché tu sei fermo e quelli vanno avanti e se non sei sul traguardo, al solito, il finale te lo raccontano. Tra l'altro la prospettiva non aiuta e quello che tu pensi abbia vinto in genere è arrivato quinto, e spesso è su una barca italiana. Però ci sono i canottieri a pedali, o ciclisti a remi, che tengono desta l'attenzione. Avete presenti quelli che in bicicletta si fanno tutta la corsa a bordo fiume, in parallelo con i canoisti? Ecco, ho scoperto trattarsi di allenatori, dirigenti, accompagnatori e medici al seguito dei propri atleti. Ogni barca è seguita da non meno di 4 ciclisti. A questi però vanno aggiunti gli spettatori da business class. Per ogni gara, difatti, è disponibile al pubblico un numero limitato di biciclette per seguire la corsa da vicino. I fan della canoa a pedali devono pagare per ogni corsa l'equivalente di 100 euro. Tuttavia, anche disponendo dei soldi necessari e della fantasia di spenderli così, poggiare il proprio culo su quegli umidi sellini è impresa resa spesso vana dalla presenza di qualche figlio o figlia di sponsor in cerca di privilegi.

Quando poi, come successo in una batteria del 4 senza (o del 2 con), una figlia di sponsor intruppa sulla bicicletta di un allenatore neozelandese provocando una caduta a catena degna di una sbronza da epo, ecco, lì il tifoso semplice che sta sugli spalti, gode e si diverte. Perché poi l'allenatore neozelandese si rialza, fa la haka tutto graffiato e i figli di sponsor scappano da papà come giamaicani da podio. Comunque, nessuno è caduto in acqua, ma può succedere in qualunque momento.

La cucina cinese ormai è metabolizzata e scorre copiosa nelle vene senza urtare la mia occidentale sensibilità.
Anatre e stufati vanno giù come noccioline da record, ingoio, mastico, digerisco, eccetera eccetera, proprio come Bolt (e anch'io, modestamente, nella fase di scarico, vojo dì, je do). Per coerenza e completezza mi manca solo il cane, che non si può, ma c'è, si sa, ho le mie fonti. Del resto le usanze locali vanno conosciute, rispettate e preferibilmente apprezzate, e qui usa che se sei a quattro zampe sei fritto. A due zampe però puoi ancora cavartela, e non è poco.

Eric il belga, per esempio, se l'è cavata e all'apparenza sta bene. L'ho visto da lontano senza parlarci. Mi faceva segni che non ho capito, comunque c'è.

A Casa Italia mi chiamano Asafa Pio (che non mi piace), o Padre Powell (già meglio).
La colpa è di Ludovico, figlio 13enne di un medico di non meglio precisata nazionale italiana già eliminata. Il piccolo moccioso gira per Casa Italia tutto il giorno con un obiettivo fisso: il telecomando. Appena Amedeo Goria molla la presa, lui si getta sull'oggetto, toglie le gare da tutti i monitor e mette film americani a caso, telegiornali arabi, cineserie varie. Quando Goria torna Ludovico lo guarda da lontano mangiando patatine. Tutto ciò per dire che Ludovico dice che sono uguale uguale ad Asafa Powell, l'ormai bolso velocista giamaicano.
Ma dice pure che sono uguale uguale a Padre Pio (in questo periodo ho la barba, bianca).
E a Casa Italia per far fare gli spiritosi a chi normalmente non ci riesce basta molto meno.

Anita la sento tutti i giorni al telefono ed è lei l'unico vero motivo di rimorso che ho in questa spedizione.
Non poter vedere con lei le gare, non poter studiare in tempo reale le sue reazioni di fronte ad un bel lancio del disco o ad uno strappo come si deve nel sollevamento pesi, è per me motivo di rimpianti.
Pare che nella prima settimana sia andata in fissa con il nuoto, tanto che al mare ha provato tutti gli stili, ovviamente partendo dalla farfalla perché ha un bel nome. Siccome lei fa tutti gli stili nella stessa maniera, ancora non si è accorta di aver cominciato dal più difficile. Nella seconda settimana la sua attenzione è stata monopolizzata dalle ginnaste. Qualche giorno fa mi ha detto al telefono che in una gara "hanno vinto le cinesi", però l'indizio era troppo vago per capire di quale gara si trattasse.
Il problema è che Anita già adesso è più grossa delle ginnaste olimpiche.

La Nazionale di softball del Venezuela, dopo il mio incontro con Giancarlo Juan Carlos, ha vinto due se non tre partite di seguito.
Prevista a Caracas festa nazionale. Rivedere Giancarlo a Nettuno sarà dura.

Le Olimpiadi sono un Culodromo senza limiti, dove gli ormoni registrano ogni giorno record d'impazzimento che parecchi dei giornalisti all'esordio olimpico non pensavano umanamente possibili. Il giro di culi di ogni razza e foggia che frulla tra i cinque cerchi genera dipendenza negli osservatori, dopando le prestazioni onanistiche di chi ha sacrificato alla pratica della fedeltà anni e anni di potenziale carriera scopereccia (ma anche di infedeli e single che vorrebbero toccare, ma hanno paura di prendere la scossa).
Qui ogni culo è dotato di parola e canta senza peli sulla lingua, libero, bello, sfrontato, arrogante, nudo, irraggiungibile.
Di tutti i culi, a sorpresa sulle previsioni, quelli che più ammiro non corrono atleticamente leggeri ma velineggiano sincronizzati in piscina, performanti sia a riposo che, soprattutto, bagnati e sotto sforzo. Detto ciò, va anche ricordato che i culi maschili sono più numerosi dei culi femminili. E non è vero che l'unico atleta gay qui presente si tuffa ed è americano. E tenere a bada promiscui e fisicati atleti italiani che ti si approcciano chiamandoti Pio ("ma è nome d'arte? ma in che senso 'pio'? ma lo sai che anch'io pio", eccetera eccetera), non è per niente semplice.

Nuoto sincronizzato, dicevo.
Culi a parte, mi sono sorbito un paio d'ore di sorrisi striati e narici sotto molletta solo per il gusto di assistere al momento più alto di uno sport senza capirne assolutamente una ceppa. E così è stato anche per tuffi e ginnastica. Se mai nella mia vita fossi stato un giorno in grado di fare un decimo delle piroette che fa sta gente, me la sarei tirata molto di più che se avessi vinto 100 e 200 metri alle Olimpiadi facendo sempre il record del mondo, con buona pace di Rogge e del CIO.
Questi e queste invece niente, anzi, spesso sono tristi, e più ridono quando escono dall'acqua senza aria nei polmoni, più infondono tristezza in chi li guarda e ammira e non sarà mai come loro neanche allenandosi tutta la vita.

Pentatleti, decatleti ed eptatleti, dispiace dirlo, ma in questi contesti fanno impietosamente tenerezza.
Nonostante siano per vocazione gli atleti più completi dei giochi, sono anche quelli che fanno tutto così così, sembrano amatori della domenica capitati lì perché hanno prenotato il campo anni fa, sono scarsi rispetto agli specialisti e la gente s'annoia.
Ogni tanto qualcuno si dopa pure, ma dagli spalti non si nota.

Infine, grazie ad un pusher quattrocentista che ascoltava Sizzla, ho assaggiato l'igname, la patata dolce che i giamaicani mangiano a chilate tra un record e l'altro.
Mi sono bastati un paio di morsi per poter affermare con certezza che l'igname sa di patata, però dolce.
Oggi sotto la pioggia mi sono messo a correre verso casa.
Andavo molto, ma molto più veloce del solito.

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