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Stop that taxi

 di Zoro

Portafogli nella tasca destra, chiavi nella tasca sinistra, telefonino nella taschetta destra, programma nella borsa, telecamera nella borsa, lasciapassare stampa appeso al collo, biglietto cartonato della finale dei 100 metri nella tasca destra, a contatto col portafogli ma gaudente di vita propria.
La portiera del taxi si richiude dietro di me, spinta da me. Sono le 20.30, mancano solo due ore al momento in cui vedrò da vicino l'uomo sulla Luna, la presa della Bastiglia, lo sbarco dei Mille, l'invenzione del telefono, i fratelli Lumière; a me solo quello interessa, non ho visto altro per tutto il giorno, non una schiacciata, non un tuffo, non una vela che scuffia. Ho fatto il turista, che sennò il rischio di venire a Pechino e vederne solo Amedeo Goria che non schioda da Casa Italia diventa alto. Ho fatto il giro classico, prima con uno staff di medici baschi ai quali ho parlato con eccessiva partecipazione del mio recente viaggio dalle loro parti, poi da solo. Ho videoripreso quel che potevo, fondamentalmente a caso, finché l'adrenalina non s'è affacciata e non ho cominciato a pensare ad altro. Usain Bolt l'ho visto nelle batterie, in televisione però, e tra poco lo intuirò da vicino, mentre scopre la penicillina e costruisce Piramidi, trovando acqua su Marte.

Ma in una giornata dove è già scritto su Wikipedia che tutto andrò più veloce che mai, il mio personalissimo spazio si inchioda, su quel marciapiede, davanti al Nido, dove tutti già corrono per andare a vedere quelli che corrono. Il biglietto cartonato della finale dei 100 metri non risponde alla tastata che gli porto circa 100 volte al giorno da una settimana. Non c'è. Stringo la tasca ma c'è solo il portafogli con il quale ho appena pagato il tassinaro, nient'altro. Affondo la mano nella tasca, vuota, una scudisciata mi blocca la schiena, vane tutte le precauzioni prese per non perdere il prezioso grimaldello. Sono fuori, eliminato. Sono pure recidivo (un episodio simile mi successe a Washington 2006).
Mi ripasso alla moviola mentre mi torco per riafferrare la maniglia del taxi, ma ho la mano flaccida e quella mi sguscia via come unta lottatrice; il tassinaro ha appena riingranato la prima e se ne è andato, eccezionalmente senza cliente. Sto per lisciare la Storia, scivolatami dalla tasca sul sedile di un taxi ad un niente dal traguardo, ostaggio di una macchina che mi è davanti 20 metri circa quando comincio a rincorrerla. Esco dai blocchi e gli sono ad un'incollatura, molto meno di un armo di distanza, ma quello accelera e strappa a scatti e strattoni, siamo un elastico intorno al Nido, dove la gente comincia a seguirci con lo sguardo, incuriosita e affascinata dall'inseguimento al tassinaro, nuova specialità per impreviste ma programmabili medaglie cinesi.

Corro forte e sudo piano, ragazzini cinesi accennano a rincorrermi a loro volta, turisti alle bancarelle mi scattano foto e io li guardo posando disperato, vorrei chiedere aiuto ma se solo sapessero perché seguo così quel taxi vincerei l'oro della cojonaggine con troppa facilità. Data la giornata ragiono in levare e urlo Stop that taxi! al vento, ma ormai ce l'ho fatta, o quasi. Traffico e semafori mi aiutano e in tuffo afferro con grecoromana forza il finestrino di destra della macchina. Grondo fiatone, non coordino bene musica e parole ma scorgo gli occhi cinesi del tassinaro impaurito. Lo guardo scusandomi, indicando con mani e occhi il biglietto, che sta lì, lo vedo, pancia all'aria sul sedile, colorato e civetto.
Il tassinaro segue la traiettoria dei miei gesti, si volta, vede, intuisce, capisce, s'illumina. Quando mi restituisce lo sguardo i suoi occhi sono due fessure stronze, una goccia di sudore gli scende dal folto zerbino di capelli e prima che io possa inutilmente dire "fermo, ammerda", quello scatta. Scatta con il mio biglietto come passeggero, con una Storia non sua da portare a destinazione, con una pattuglia della polizia che gli corre appresso insospettita dalla caciara alzata e dall'improvvisa fuga. Ma quel che più è grave è che 5 poliziotti 5, prima che io possa anche solo improvvisare un'altra rincorsa al tassinaro, mi alzano da terra per posarmi su una camionetta. E portarmi via.

Il cinese non è lingua foneticamente piacevole in certi contesti e i poliziotti sembrano tiratori al piattello coreani che si sono dopati per rallentare il battito del loro cuore. Sulla camionetta con me c'è un tedesco con maglietta del Dalai Lama e scritta in tedesco. Se l'è cercata, diciamo. Anche qualora la scritta in tedesco recitasse "il Dalai Lama è uno stronzo" sarà comunque difficile spiegarlo ai poliziotti cinesi. Ma io no, non me la sono cercata, io ho solo rincorso un tassinaro che s'è portato via il mio biglietto per vedere da vicino Annibale che supera le Alpi con gli elefanti e mi sto cacando addosso come neanche quando ho mangiato il criceto. Ci scaricano dall'altra parte dello stadio, in una stanzetta piena di luce, il tedesco (che sembra contento) da una parte, io dall'altra.
Mi prendono tutto, mi perquisiscono, mi guardano i documenti e il lasciapassare da giornalista, scrutano la tuta dell'Italia che indosso, sembro atletico il giusto per il contesto, ma la telecamera, inopportunamente giapponese, li convince della mia colpevolezza potenziale.
La prendono, la accendono senza istruzioni, guardano le immagini che ho girato, cosa che io stesso spesso non faccio.
Sono convinti sia un giornalista a caccia di scoop o, peggio ancora, un citizen journalist, un rompicojoni dilettante ma fastidioso. Guardano le immagini girate a Casa Italia, atleti italiani che mangiano e ruttano e ballano, Dal Monte che declama in greco arcaico abbracciando pallavoliste con Juan Carlos sullo sfondo, tutto il nastro fino alla Città Proibita, tra le poche cose che non è proibito riprendere, pregna di ambulanti venditori di magneti destinati al frigorifero di mia madre. I poliziotti cineamatori non dicono niente, non mi dicono niente, poi si danno ordini in un mandarino più aspro del previsto. Il tedesco è in un'altra stanza, sento rumori, non voglio sapere, forse non è più contento.
Rimaniamo io e 5 poliziotti 5.
Sono le 22.00.
Ho perso tutto, ho perso la Storia, ma in quel momento direi pure sticazzi della Storia e dell'evoluzione della specie; è sulla mia storia che si sta improvvisando più del previsto, buia e ferma in quella stanza piena di luce.

Poi Xian.
A lui non penso più da un pezzo, me ne sono incautamente emancipato, fino al giro in taxi per cazzi miei, senza guida nel mio planet che così lonely non è mai stato.
Ma Xian mi cerca da più di un'ora, forse ha capito, forse qualcuno gli ha detto di in un italiano fermato intorno allo stadio, forse la Storia la fa lui, fatto sta che dopo 4 frasi nette e cinesi come poche Xian mi guarda tifando per me come si guarda il giocatore preferito che sta per tirare il rigore decisivo. E sai che ci sono ottime possibilità che lo sbagli.
"Qual è il codice del biglietto?", mi chiede scandendo lento Xian.
La so. Questa la so.
La so da quando sono arrivato a Pechino.
Per le gare dell'atletica e del nuoto, dove non basta il lasciapassare da giornalista ma ci si deve procurare anche un biglietto per entrare (comprato o regalato formalmente poco cambia), a mali estremi l'importante è ricordare il codice.
Quel codice è associato al tuo nome, ma i cinesi ragionano più per codici che per nomi, e se quel biglietto è già dentro lo stadio anche ricordandomelo non entrerò mai più, ma intanto ricordatelo sto cazzo di codice e fai in fretta. Se il tassinaro bagarino è stato più veloce di te, sei fregato. "02636M" urlo in faccia a Xian.
Xian riporta la serie al poliziotto davanti al computer. Pausa e silenzio, poi Xian storce la bocca e di nuovo mi chiede: "L come Los Angeles o N come New Yolk?"

Non ci credo, è un complotto, m'incazzo, mi scordo dei poliziotti, penso siano tutti in combutta col tassinaro, Xian più degli altri e urlo "M come mortacci tua Xian, M come Ming, tirame fori da sto cazzo de posto, daje!" I 5 poliziotti 5 s'alzano in piedi serrando tacchi, Xian mi guarda severo ma calmo e riporta la lettera giusta al poliziotto desk, per poi urlare "sì! non è ancola entlato! Andiamo! Di colsa!"
Il poliziotto diventa amico, (in fondo non m'ha fatto niente di male, stanno lì per lavorare pure loro) blocca eccezionalmente il mio codice e ci indica un'entrata alternativa. Mi ridanno telecamera e documenti, ogni cosa di nuovo nella tasca giusta, sono libero. Butto un occhio nella stanza del Dalai tedesco che non vedo più. Sticazzi, e corro.
Dalla stanza della polizia nella pancia del Nido, in un tunnel tra i rami del Nido dove arrivo sempre in ritardo, Xian alle mie spalle mi urla la direzione, sinistra, destra, più sinistre che destre, il tassinaro è ormai dimenticato, bruciato sul podio del bagarinaggio, ma sono le 22.30 in punto e quando faccio l'ultima rampa di scale sbucando con gli occhi ad altezza tartan, è giusto per sentire il colpo di pistola.
Che non è la polizia, ma il segnale che la Storia è rimasta lì ad aspettarmi. 9 secondi e 69 centesimi dopo, zuppo, in lacrime e con una scarpa slacciata, allargo le braccia e mi batto il petto felice.

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