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Tyson si racconta in tv all’ Oprah Winfrey Show

Mike Tyson si racconta. Ospite all’Oprah Winfrey Show, una delle trasmissioni più popolari dopo il David Letterman Show, Iron Mike parla della sua vita, la sregolatezza nel mondo della boxe, i drammi personali ed i suoi propositi per il futuro, tutto improntato per la sua famiglia.

Da bambino ero grasso e tutti mi prendevano in giro – racconta Tyson parlando della sua infanzia -. Ho dovuto fare i conti con un enorme complesso di inferiorità. Iniziai ad allevare piccioni, ma i bulli del quartiere lo vennero a sapere. Un giorno uno di loro torse il collo a uno dei miei uccelli e lo mise davanti alla mia faccia. Io chiamavo mia madre chiedendole aiuto, poi ricordo che qualcuno mi disse che dovevo combattere con quel ragazzo. Io lo feci, e da allora non sono mai stato capace di evitare le risse”.

Sua madre morì che aveva appena 16 anni, e di lui si occupò il suo allenatore Cus D’Amato che lo preparò per diventare il campione che tutti conosciamo: “Feci tutto quello che mi diceva e cominciai a vincere. Mi allenavo credendo di essere un Dio, e ne avevo bisogno perché avevo una bassa autostima. Cus mi insegnò a essere feroce dentro e fuori dal ring, a non avere emozioni, a non provare compassione per nessuno”.

Le donne croce e delizia della sua vita, incapace di essere fedele (le ha tradite tutte tranne l’attuale moglie), fino allo stupro di Desiree Washington che gli cosò tre anni di carcere: “Quello non era il posto giusto per me – ha detto l’ex campione -. Non sapevo più chi ero. E’ un posto in cui non hai confini. E’ vero, non sei libero, ma perdi la tua fibra morale. Persi anche la fede, perché in quel posto tutto quello che senti è odio”. Odio che cercò di trasmettere sul ring appena uscito ma: “Non ero assolutamente pronto”, ed il celebre match contro Evander Holyfield, nel quale staccò a morsi l’orecchio all’avversario ne fu la prova: “Ero arrabbiato perché mi stava battendo e volevo causargli più dolore possibile. Allora non mi sono sentito colpevole per quel gesto. Mi sono scusato, ma erano scuse non sincere. Ora lo sono”. Da lì un burrascoso salto nel mondo della droga: “Ne ero coinvolto a tal punto che prendevo la droga a credito e non pagavo mai. A un certo punto ho realizzato che sarei morto se non avessi sistemato le cose con mia moglie. Ora non voglio più ripercorrere quella strada. So cosa vuol dire camminare su una strada oscura, incontrare il diavolo e frequentarlo per un po’”.

Infine ultimo capitolo di un presente tragico è stata la morte della figlia Exodus in un incidente domestico: “Ancora non so esattamente cosa è successo e non voglio saperlo, perché se qualcuno fosse responsabile di quello che è successo sarebbe un problema. Affrontai la cosa nel modo sbagliato, lasciando spazio alla mia rabbia. Ma una volta arrivato sul punto di esplodere, ho usato tutto quello che avevo imparato durante la riabilitazione dalla droga e l’ho cacciata via, diventando responsabile e facendo le cose che dovevano essere fatte”, aggrappandosi alla sua famiglia: “Sono contento di essere sposato, di avere una moglie che condivide con me la vita e capisce che la mia priorità è prendermi cura dei miei figli”. Proprio la moglie Lakiha Spencer, sposata pochi giorni dopo la morte di Exodus, entra in scena a fine intervista accompagnata dalla loro figlia di 9 mesi, con la quale si sta rifugiando lontano da quella vita sotto le telecamere che lo ha portato alla rovina: “Ho 43 anni, sono arrivato ad un punto in cui sono stanco di essere solo. Fortunatamente c’è mia moglie in questo viaggio, e insieme cresceremo i miei 7 bambini cercando di dare a loro una vita migliore”. E Lakiha sembra condividere: “Non mi interessa quello che Mike ha fatto in passato, ma come si comporta con me . Non ho mai visto il lato di Mike di cui parla la gente, ma solo quello di una persona responsabile. So che ha avuto molte esperienze in passato, ma insieme ne abbiamo fatta una diversa. E noi viviamo nel presente”.

 (foto © LaPresse)

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